Home MOTORI Silvio Moser, 40 anni or sono l’addio al primo ticinese nella “Formula...

Silvio Moser, 40 anni or sono l’addio al primo ticinese nella “Formula uno” moderna

Nella sera di domenica 26 maggio 1974, in una camera della “Carità” di Locarno, all’età di 33 anni si spense il pilota che era rimasto vittima di un grave incidente un mese prima, a Monza, sul finale della “1’000 chilometri”. Nella memoria, e soprattutto nella testimonianza del meccanico Beat Schenker, la storia di un personaggio mai fortunato e che tuttavia ebbe due meriti: riportò il Cantone nell’“élite” motoristica mondiale (dopo Ottorino Volonterio da Orselina) e lanciò la carriera di Gianclaudio Giuseppe “Clay” Regazzoni.
Erano le ore 22.15 di una domenica 26 maggio, 1974 l’anno, corridoi della “Carità” a Locarno il luogo; e c’è ancora chi serba memoria delle lacrime di Pablo Foletti (sì, il Pablo commentatore televisivo per i motori, enciclopedia umana al pari di un Juan “El Tano” Fazzini) nel dover ammettere che Silvio Moser aveva perso quella battaglia per rimanere attaccato alla vita. 40 anni or sono, come oggi, se ne andò infatti il ragazzo che per primo aveva portato il Ticino nella moderna “Formula uno” dell’automobilismo, dopo essere transitato in varie serie (“Formula tre”, “Formula due”, “Formula Gt”, “Formula Sp”) inferiori per notorietà ma all’epoca emblemi di potenza e di agonismo al pari della regina delle categorie. Morì, Silvio Moser nativo di Zurigo e cresciuto nell’odierna Capriasca (a Vaglio il padre aveva aperto un negozio di arredamento con mobili di “arte povera”), per le conseguenze di un incidente avuto in gara oltre un mese prima, a Monza, durante la disputa della “1’000 chilometri” che ai piloti svizzeri aveva arriso nel 1969 con Jo Siffert (in coppia con il britannico Brian Redman) e nel 1972 con Gianclaudio Giuseppe “Clay” Regazzoni (in coppia con il belga Jacky Ickx). Morì, e lasciò una scia di rimpianto e di rimorsi in coloro che un apprezzamento vero, pur potendo, a Silvio Moser non avevano riservato.

Ché di questo si deve parlare, a proposito di Silvio Moser: dell’irriconoscenza in un’ampia parte dell’ambiente sportivo, del disinteresse di “sponsor” cui un agonista svizzero cioè nato in Svizzera e formatosi in Svizzera sembrava forse troppo “provinciale”, della disattenzione con cui certi risultati – nel solo 1964, la vittoria alla “Temporada argentina” nel 1964 e la coppa europea di “Formula tre” in coabitazione con John Young “Jackie” Stewart – furono trattati. Beat Schenker, strepitoso meccanico che tra il 1966 ed il 1974 fu a fianco del pilota e che a lui dedicò un sito InterNet dall’onestà culturale emozionante (solo la verità e nulla di agiografico, leggasi in www.silviomoser.ch), scrisse con totale chiarezza che l’amico fu “uno di quei piloti che non riuscirono a sfondare”, che “per una serie di problemi, i risultati non furono sempre ottimali” e che, sullo sfondo, restò sempre una questione irrisolta. Per capirci: come mai, pur avendo concluso a pari merito con John Young “Jackie” Stewart la stagione 1964 in “Formula tre”, la carriera del britannico esplose sino a portarlo a tre titoli in “Formula uno” mentre quella dello zurighese-ticinese arrancò, traducendosi in sole 19 presenze, tra il 1966 ed il 1971, nei Gran premi all’attico del motorismo su quattro ruote con le scuderie “Cooper”, “Brabham” e “Bellasi”? Rispose Beat Schenker, la cui testimonianza è memoria visiva e condivisa: “Individuo la causa principale di tutto ciò nel fatto che Silvio non conoscesse l’inglese; in secondo luogo, Silvio trascurò le corse su suolo britannico, e di conseguenza gli derivò una mancanza di contatti con i responsabili delle principali squadre del tempo”. Non solo: per quanto i termini possano risultare crudi, “Silvio dovette finanziarsi l’inizio della carriera con mezzi limitati, la sua situazione economica non era florida. E quasi sempre, ossia nella maggior parte della sua vita, Silvio dovette impegnarsi nella ricerca di finanziamenti”. Per la stagione entrante? No, “per la corsa successiva”.

Scarse relazioni, le difficoltà linguistiche con i “patron” d’Oltremanica (soggetti che, in ogni caso, avrebbero preferito un pilota di casa), il problema pratico nel farsi apprezzare dai capi delle scuderie italiane che poi, all’epoca, erano in sostanza “Ferrari” ed “Alfa Romeo”, alle cui porte bussavano con insistenza agonisti e potenziali agonisti provenienti da ogni angolo della Penisola oltre che da Francia e Sudamerica. Ma vi sarebbe stato modo di trovare la chiave giusta per la serratura? Beat Schenker riferì che, in effetti, nel 1967 una svolta pareva imminente ed un contratto con la “Autodelta” (ossia la squadra corse della “Alfa Romeo”) era probabile se non addirittura pronto, ma che Silvio Moser si impuntò e la cosa rimase lettera morta. Peggio: “Penso che da questa presa di posizione derivò la mancanza di offerte dai responsabili di altre squadre”, si sa, le voci corrono ed anche il migliore – in ogni professione, si dovrebbe aggiungere – rischia di rimanere appiedato. Nello stesso tempo in cui con Aldo Pessina e con Pablo Foletti dava vita all’“Esposauto” biennale in quel di Lugano, Silvio Moser rinunciò ad un’opzione con la “Tecno”: anche in questo caso, come mai? “Beh: fatta eccezione per i “kart”, la scuderia era a quel tempo sconosciuta, e Silvio aveva tenuto in debito conto altre brutte esperienze”. Alla “Tecno”, su consiglio di Silvio Moser ed ancora di Aldo Pessina, arrivò invece Giancladio Giuseppe “Clay” Regazzoni da Lugano, ex-apprendista carrozziere nell’azienda di uno zio a Mendrisio; e quella storia si sarebbe scritta da sé, sino alla drammatica Long Beach nel 1980 sulla pista, sino alla “bretella” tra la A15 e la A1 in quel di Fontevivo, provincia di Parma, Italia, a metà dicembre 2006, sicché ogni volta che si passa davanti al cimitero di Porza un pensiero memore va al baffo del volante che, nella definizione di Enzo Ferrari, fu “viveur, danseur, calciatore, tennista e, a tempo perso, pilota”, ma pilota sublime.

Silvio Moser, padrino di “Clay”, rimase invece nelle retrovie. Fu il primo ticinese, però, ad entrare nel circuito della “Formula uno” dell’epoca moderna; progenitore putativo di una lunga teoria era stato il mitico avvocato Ottorino Volonterio da Orselina, classe 1917, che era affezionatissimo alle “Maserati F-250” e con esse partecipò a tre Gran premi in età già matura, ossia tra i 37 ed i 40 anni, dapprima sotto i colori della scuderia “Baron de Graffenried” (guida condivisa con Emmanuel “Toulo” de Graffenried, svizzero nato a Parigi e già trionfatore nel Gran premio di Gran Bretagna nel 1949) e poi come privato, tra l’altro arrivando a traguardo con l’11.o posto nel Gran premio d’Italia edizione 1957. Silvio Moser non ricavò alcun podio nelle 12 partenze effettive; la carriera proseguì quindi a vari livelli, in gare impegnative, così come impegnativa era quella “1’000 chilometri” monzese valida per il Campionato mondiale marche e che giovedì 25 aprile 1974 divenne teatro del dramma. Uscita di pista, riferiscono le cronache, dopo quattro ore e mezzo dalla partenza e quando mancavano dunque 15 minuti circa alla fine della gara; Silvio Moser che, ad onta delle fiamme e dei gravi traumi riportati, uscì dall’abitacolo della “Lola Bmw 2000” ed in apparenza si mise in salvo, forse pensando di aver trovato in quella fuga un regalo per i 33 anni compiuti il giorno precedente. L’illusione, dapprima al nosocomio brianzolo e poi alla “Carità” di Locarno, durò un mese.

Onore a Silvio Moser, onore: al pilota, alla persona. Oggi, nella chiesa di Lugano quartiere Pregassona zona Pazzalino, in memoria di Silvio Moser avrà luogo una liturgia.